Lara - Vinca Masini
Giampaolo Babetto
Tratto da "Geometrie di gioielli", edito da "Cicero"




Mi sembra che Giampaolo Babetto (che ancora non conosco "dal vivo"), sia tra le persone più realizzate al cui lavoro mi sono avvicinata.
È uno, credo, che ha sempre seguito la sua strada, con passione, con interesse, con grande sicurezza, ma sempre senza apprensione, senza bisogno dl cercare affannosamente di cogliere il senso del "nuovo", se non come risultato di una maturazione personale, come espressione connaturata al suo "essere dentro" la cultura.
Il vivere nel Padovano, a contatto con le opere del Palladio (e anche una prima frequentazione di Architettura), gli hanno dato il senso della "misura", delle "proporzioni", il senso del "numero", come egli dice.
A Padova, inoltre, lavoravano, negli anni Sessanta, quando iniziava il suo lavoro nell'ambito del gioiello "di ricerca", gli esponenti del Gruppo N, tra i più attivi nell'ambito delle avanguardie del momento, interessate all'Arte programmata e cinetica.
La sua analisi dell'arte, dalle avanguardie del secolo, si è svolta come necessità spontanea, in un processo di sperimentazione autonoma, manuale (per questo suo bisogno di lavorare con le proprie mani, egli dice, ha lasciato Architettura); e la Scuola di Padova, che ha espresso sempre quanto c'è di più qualificato nella pratica artistica del gioiello - si pensi alla lezione di Pinton, di cui, tra l'altro, Babetto ha ereditato la cattedra - è stata, dopo l'Accademia, la sua arena di approfondimento tecnico.
Ho parlato di "sperimentazione" nei confronti delle avanguardie e delle manifestazioni artistiche contemporanee, perché nel lavoro di Babetto ogni acquisizione conoscitiva e critica non si presenta mai come ripercorrimento citazionistico, ma come resa personalissima di un dato di cultura fatto proprio e restituito in una progettualità che, prima di tutto, tiene conto del suo rapporto diretto con la materia, con la tecnica, con la formatività.
Ho letto un saggio sul suo lavoro di Germano Celant, che mi è sembrato esemplare, nel quale si ripercorre tutto l'iter che ha portato Babetto dai primi lavori a quelli degli anni Novanta, un iter che lo ha visto "studiare" la storia dell'arte attraverso il proprio fare, filtrandola a mezzo del flusso di energia che riesce a racchiudere nel campo ridotto dei suoi lavori che, a mio avviso, proprio per questa forza di concentrazione, sono "altro" dalla scultura, che danno, direi, per scontata.
Si aggiunge il suo rapporto con la materia (l'oro, soprattutto, la cui fusione realizza personalmente, a far sì che si trasformi, talvolta, in materia pittorica - come quando, graduandone le variazioni di timbro a mezzo di altri metalli, intende alludere alle stesure leggere di un Calderara -; l'oro, che riduce in lamine che poi batte e assottiglia, fino a ridurle in una sorta di lieve sfoglia elastica, dalla superficie vibrante, sensibilissima, solcata dalla luce), l'assunzione, successiva, del colore, che spesso investe lo spazio interno dei suoi pezzi (perché di spazio interno si tratta, quasi sempre, dal momento che Babetto usa, appunto, il metallo in lamina a creare piccoli progetti strutturali), caricandoli di una tensione che fa pensare ai Void Fields di Anish Kapoor, quei "vuoti" azzurri che sembrano alludere, anche, all'energia negativa dei Buchi neri (ma non è anche, il suo azzurro, quello di Yves Klein?).
È, più recentemente, l'esplosione del suo spazio da interno ad esterno, con la stessa forza con la quale il Decostruttivismo in architettura fa esplodere e ricadere, quasi a caso, le strutturazioni del Costruttivismo russo, a formare spigoli vivi, pareti che ignorano l'angolo retto, secondo, forse, e perché no, quella che si definisce la legge delle catastrofi...
E nel suo ripercorrimento, un po' nomade, della storia dell'arte (secondo i termini della nostra stagione postmoderna), ecco, quasi a rovesciare la sua intenzionalità di natura strutturale, a cogliere il significato del "contrario", il suo innamoramento per il colore acido, la sua svagata libertà della forma, l'allucinata accensione del Manierismo del Pontormo, che rivisiterà nel suo nomadismo, appunto (anche il Manierismo è una stagione "nomade"), negli affreschi della Certosa del Galluzzo di Firenze (lo straordinario bilico del ragazzo in alto, sulla scala), ma anche della villa di Poggio a Caiano (il faunetto la cui gamba ricade lungo un arco, sulla parete), e gli angeli...
Babetto elabora, col Pontormo, un rapporto di indagine fatta di frammenti, di contorni labili e sfrangiati, e di superficie, usando un oro chiarissimo, di una morbida opacità, fittamente lavorato, alla ricerca di una appassionata vibrazione interiore.


Florian Hufnagl
La danza delle stelle
Tratto da "Geometrie di gioielli", edito da "Cicero"




Nell'antichità gli astri rappresentavano, nell'insegnamento e nella raffigurazione, la pura legge della razionalità matematica e delle proporzioni, e più semplicemente, secondo la concezione di allora, l'ordine del cielo. Mentre nell'arte questi canoni basilari si sono espressi nella bellezza ideale dell'opera, non esiste alcun artista del gioiello contemporaneo, sul piano internazionale, che sia impegnato come Giampaolo Babetto a una rivendicazione estetica di così vasto respiro. E nessun altro viene messo in collegamento direttamente e in modo concreto con quelle epoche storiche che per l'appunto hanno tramandato questi ideali: "il rinascimentale dell'arte contemporanea". Ed è quasi impossibile sottrarsi a questo linguaggio reiterato della ricerca di Babetto proprio come è impossibile distanziarsi dall'esistente fusione di armonia e forma, di utilità e completezza, profusamente presente nei suoi gioielli. Ben oltre le definizioni tradizionali nel contesto dell'artigianato artistico, nei lavori di Babetto si rispecchia un concetto estetico complesso che poggia sul dialogo, sull'intrecciarsi e sul compenetrarsi di generi artistici. Generi e discipline che noi amiamo vedere separati. Ma anche un Cellini si presenta quale maestro delle arti figurative dal più piccolo "gioiello" artistico fino alla grande scultura ed entra al contempo nella storia accanto ai pittori e agli scultori. È noto che Giampaolo Babetto si è occupato intensamente del Rinascimento e del Manierismo. E per lui l'architettura e la scultura svolgono un ruolo senza alcun dubbio preponderante, in particolare la figura di Andrea Palladio. Il numero e la misura impongono il loro ordine - secondo l'opinione dell'architetto la garanzia per la bellezza assoluta e per la perfezione -, ritmano e dominano il canone della forma di Babetto, geometricamente rigoroso. Anche se un edificio di Palladio, a un'analisi più precisa, si mostra più complicato - nel suo insegnamento delle proporzioni esso si adatta ad esempio all'avanguardia della musica contemporanea - questa parentela elettiva di Babetto resta tuttavia una base essenziale del suo agire e si rivela nitidamente nel chiaro rapporto del tutto chiuso nelle sue parti, nella sua equilibrata sintesi. Il metallo prezioso viene concepito come corpo nello spazio - con variazioni - come una miniarchitettura che può avere un effetto paragonabile a una scultura. Si percepiscono richiami a Ghiberti, Bellini o forse anche a Masaccio, la cui composizione nello spazio contiene elementi che Babetto potrebbe animare come elementi scenici, come pars pro toto. Essi veicolano l'idea sottesa, ossia - in ultima conseguenza ed eccelsa astrazione - il tema: uomo e cosmo. (segue >>)
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