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Sono spesso, i suoi, gioielli difficili, che chiedono, a chi li indossa, una partecipazione di cultura, tornando a darsi, peraltro, sempre come "ornamento", quando si dia a questo termine, e a quello affine, "decorazione", il significato che attribuiva loro Alois Riegl, quando, nel suo "Stilfragen", uscito nel 1893, scriveva: "il bisogno di decorazione è uno dei più elementari bisogni dell uomo, più elementare di quello della protezione del corpo". E si ricordi che Werkade, un Nabi belga, avrebbe dichiarato, più tardi: "non ci sono quadri, c'è solo decorazione". Non si limitano, dunque, i gioielli di Babetto, a proporsi come "gioielli d'arte", ma, oserei dire, come "gioielli di cultura", nel senso che sono il portato di una creatività nutrita di una cultura fondata sul contemporaneo, che si arricchisce di rimandi continui alla storia artistica e architettonica, da quella veneta rinascimentale al portato lucido e trasgressivo del Manierismo toscano, letto attraverso l'affascinante "strabismo" dell'occhio del Pontormo. Oggi il lavoro di Babetto acquista una dilatazione nuova, si misura direttamente con lo spazio dell'architettura, quasi che il gioiello sia stato, per lui, oltre che uno specifico campo di ricerca e di straordinaria sperimentazione, anche un esercizio di approfondimento, per affrontare una scala nuova, e problemi e concezioni assolutamente "altri". Progetta pezzi di arredo per ambienti raffinati, per amici collezionisti; tra questi, una splendida villa padovana (Casa Romamin Jacur), immersa nel verde, con saloni arredati con bei mobili e quadri antichi, in mezzo ai quali egli sembra calare, come da un universo "alieno", i suoi tavoli, fantasmi di un mondo diverso, spesso bianchi, o rosso-neri, oppure dall'opalescenza diafana del metacrilato (materiale che egli usa anche, con effetti straordinari, nei suoi gioielli, in gara di trasparenza con i suoi "vuoti", nei quali si annidano colori profondi). Quasi "angeli metropolitani", questi tavoli sembrano voler portare in questi ambienti morbidi, rarefatti, la vita "di fuori", il rumore della città, a gareggiare, con ostentata diversità, coi raffinati, silenziosi pezzi antichi. Diversità che si fa più evidente quando si osservano questi lavori nella loro struttura: elementi "primari", ad un primo sguardo, duri, minimali, si complicano, nel loro comporsi, di scarti improvvisi, di sovrammissioni e intersezioni di piani, nella disposizione delle gambe, talvolta non allineate (spesso una non segue il verso delle altre); oppure sostegni di colore diverso si sovrappongono - e mi viene in mente, di Ungaretti, "Tappeto" (da "L Allegria") "Ogni colore si espande e si adagia / sugli altri colori / per essere più solo se lo guardi"... I sostegni si trasformano spesso in composizioni dai colori alternati, che fanno pensare a Rietveld. Credo che il Neoplasticismo, il Costruttivismo russo, e, di conseguenza, alcuni esiti del Decostruttivismo siano rimasti i riferimenti architettonici più sentiti di Babetto. Ma si vedano anche i suoi scarni divanetti-dormeuse che giocano sull'idea di un minimalismo assoluto, ma con lievi scarti nella forma dei cuscini di base (su uno bianco un piccolo cuscino cilindrico, disposto tra due sedute, movimenta l'insieme, e i due divani con spalliera irregolare che giocano anche sul contrasto dei colori. E i grandi tavoli da esterno, disposti in successione, anch'essi con lievi diversità. E quelli il cui piano in legno, ad alto spessore, contrasta con la sottile esilità dei sostegni... Ed ecco, quasi una sigla "doc", lo splendido armadio-credenza quadrato, che sulla superficie laminata in argento lascia appena trasparire, in piccole "rughe", il fondo laccato rosso vivo, colore che si fa sovrano e totale nell'interno (Casa Schäfer - Meerbusch). Ma, e qui sta la firma irripetibile di Babetto, su una delle due ante, ad altezza di apertura, un breve scalino sostiene, seduta, la sagoma sbarazzina del ragazzino di Poggio a Caiano, di Pontormo, che lascia cadere in basso, da un cornicione, una gamba. Laminata in argento, questa immagine si riporta direttamente al tema di alcuni suoi gioielli. Ma non sarà un caso che, presso il mobile, sotto una grande vetrata obliqua, poggi proprio una piccola sedia lignea di Rietveld, a ribadire la nuova impostazione di ricerca di Babetto? |
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Ricerca che si allarga fino a misurarsi direttamente con lo spazio, affrontando anche temi di architettura di interni, riportando alla luce, o piuttosto alla pratica diretta, l'esperienza dei suoi studi di architettura. Del resto siamo oggi in un momento, per le arti, e non solo, di grande indeterminatezza, diciamo pure, con un termine divenuto troppo presto "di moda", un periodo di "contaminazione" stilistica, disciplinare (ma anche di razze, di vita, di religioni...). Per le arti questo è un retaggio che i movimenti "radical", in Italia, in Europa, negli U.S.A, hanno, anche inconsapevolmente, provocato. Dico inconsapevolmente perché quel coinvolgimento delle arti visive nell'architettura aveva inizio, appunto, al sorgere del "movement", ma rimaneva ancora, per così dire, privato e personale. Era l'espressione di giovani architetti "in rivolta", in uno straordinario e vitalissimo momento storico. Era, in ogni caso, la prima volta che il clima artistico si calava direttamente nella vita e nei processi architettonici (si pensi al rapporto, solo per citarne uno, tra gli Archigram e l'American Life - la Pop-ular Art vista dall'Inghilterra). Col passare del tempo, esplodendo negli ultimi quindici anni, quella che si considerava l'artisticità specifica dell'artista, diversa, per antonomasia, da quella dell'architetto, passava, per gran parte, nella prassi architettonica, così che, oggi, l'arte si esprime, in maniera diretta, nelle opere architettoniche (ovviamente non nell'architettura corrente, troppo spesso assai squallida, ma nelle grandi espressioni, che fanno dei più noti architetti, in questo momento, e con la solita esagerazione delle mode, delle vere "star"...). Questo, sia chiaro, non toglie niente agli artisti. Rappresenta, semmai, un arricchimento nelle arti, nel rapporto reciproco di creatività. E non si tratta di un ennesimo tentativo, spesso riproposto, e quasi sempre fallito, di "sintesi delle arti", ma di una sorta di intersezione e di interazione di esperienze, di creatività, di tecniche, che concorrono in un risultato comune, senza che ciascuna perda della propria autonomia e specificità. Talvolta questo processo si verifica nel lavoro di un solo artista, come nel caso di Giampaolo Babetto, che, pur trasferendo, in ogni sua attività, tutta la sua carica di espressività, fa sì che ogni tipo di realizzazione si arricchisca dell'esperienza delle altre, riuscendo a rimanere autonoma. Così nella sua esperienza di architettura di interni Babetto trasferisce il suo tipo di creatività, che è sempre unica, in ogni suo lavoro, riuscendo a diversificarne le valenze. Certamente certe raffinatezze, che gli sono servite per il suo trattamento dell'oro (Flora Wieckmann, una tra le più note artiste orafe degli anni Sessanta, lo ha definito "il mago dell'oro") vengono applicate anche, trasposte, nel trattamento di certe superfici parietali, veri, sensibili monocromi. La scala di quest'altra casa padovana (Casa Scimone), che culmina in un lucernario che inquadra il cielo (vien da pensare a Turrell), lascia filtrare la luce, naturale e artificiale, attraverso tagli irregolari che sembrano alludere anche a Libeskind. Anche se qui la drammaticità dei tagli di Libeskind si trasforma in serena, limpida formatività. E si pensi, infine, al pavimento della hall di un nuovo, tecnologico grattacielo della Mitsubishi Estate Co. Ltd, a Tokyo, che Babetto ha solcato di tagli profondi, coperti da piani trasparenti, disposti a raggiera (con spiazzamenti che rompono la simmetria). Tagli che proseguono anche all'esterno della costruzione, fuori dalle porte vetrate, quasi a proiettar fuori il riflesso del rutilante tesoro chiuso all'interno. Babetto ha infatti riempito questi tagli-scavo di una coloratissima, lucente ghiaia di vetro, un tesoro sommerso di gemme, che luci nascoste esaltano (riflettono, dice Babetto, l'impressione che ha ricevuto da Tokyo, quella di un brulicante magma segreto, prezioso e drammatico, di una straordinaria forza). Si può pensare che, in questo lavoro che Babetto ha chiamato "In finito", che aggiunge una nota di grande sensibilità poetica a tutto il complesso, egli abbia voluto fare una concessione alla sua attività primaria di artista orafo. Se non fosse che non credo egli abbia mai usato (o almeno quasi mai), nei suoi gioielli, pietre luminose... |