Eliana Princi
Le misure della funzione
Tratto da "Gioielli di cultura", edito da "Gli Ori"




"Ci sarebbe da chiedersi perché un gioiello non debba proporsi anche come opera d'arte (...). Che differenza c'è, appunto, tra una tela e un gioiello di Fontana, se non quella della scala?", si chiedeva Lara-Vinca Masini. È trascorso appena un anno, in occasione della mostra sul gioiello del Novecento, tenuta al museo degli Argenti di Firenze. Inoltre la studiosa dava inizio al suo saggio in catalogo in modo eloquente e significativo: "Gioiello 'd'artista', gioiello 'd'autore', due realtà parallele e, allo stesso tempo, complementari; in un certo senso, e in modo diverso, espressione-simbolo della situazione artistica del momento nel quale si collocano" . Si prendeva in esame un quesito duplice, tracciando una sintetica storia del Novecento per exempla: qual è la natura del gioiello?; qual è il rapporto tra l'artista e l'autore di gioielli? L'analisi dell'opera di Giampaolo Babetto riguarda in parte anche queste considerazioni, a cominciare proprio da una questione di fondo: come si possono definire i suoi gioielli? La storia critica dell'artista padovano offre soprattutto due casi esemplari su cui ragionare. Presentando Babetto alla collezione Guggenheim di Venezia, nel 1995, Gillo Dorfles analizzava i suoi "oggetti plastici", mentre l'anno successivo Germano Celant scriveva che "Il gioiello non è più vissuto come scultura da indossare, ma quale frammento di un'architettura corporale". Scultura, architettura, campi diversi dell'alveo dell'arte per individuare opere quasi sempre eseguite in oro; eppure non si tratta semplicemente di sottigliezze linguistiche, è evidente che il termine 'gioiello' non esaurisce la sostanza delle invenzioni di Babetto, giacché questo - inteso quale mero oggetto di ornamento - allude piuttosto a qualcosa di esornativo e fine a se stesso. Se dunque 'gioiello' appare un termine riduttivo, è vero, d'altro canto, che l'artista stesso rivendica per le sue opere una precisa destinazione d'uso, un legame con il corpo. Si giunge così a una problematica ulteriore: la funzione come discrimine dell'opera, la funzione come qualità, come caratteristica specifica e condizionante. In altri termini, il fatto che le opere di Babetto vengano indossate ne modifica in qualche modo il valore e la percezione?
Tale riflessione conduce subito alle antiche dispute sulle gerarchie e sui generi dell'arte, alla canonica quanto obsoleta classificazione tra arti maggiori e minori, e per queste ultime, alla loro declinazione ulteriore, eufemistica, in 'arti applicate'. Si intende in sostanza che i principi creativi piegati a qualche fine (una lampada, un altare, la copertina di un libro) ne ascrivano anche immediatamente l'esito in un campo dell'arte secondario e non semplicemente parallelo. Una suddivisione che sembra permanere ancora oggi riguardo ad alcune aree espressive circoscritte come l'oreficeria, pur nella cultura di contaminazione tra forme, generi e discipline che caratterizza il nostro tempo. Il percorso seguito da Giampaolo Babetto si intreccia invece frequentemente ai movimenti dell'arte, partecipandovi con una sua personale interpretazione, mentre altre volte prende spunto da aspetti disparati dell'ambiente che lo circonda - la regolarità e la progressione di una scalinata di pietra, un fitto intrico di foglie, lievi cumuli di nuvole, un arco a sesto acuto - che l'artista fotografa e riporta, in frammento ingrandito o in particolare, nelle sue pubblicazioni, a commento e corredo visivo delle sue opere. Relativamente recente, della fine degli anni Ottanta, è poi lo studio di Pontormo e di alcuni suoi affreschi in Toscana, la Certosa del Galluzzo di Firenze, la Villa Medicea di Poggio a Caiano. Tracciando così un sintetico iter iconografico delle opere di Babetto si individua, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, un interesse per le ricerche visuali, ottiche e cinetiche che in Italia e in Europa si stavano sperimentando e oltretutto a Padova - luogo di formazione dell'artista - trovavano un filone di indagine specifico con il Gruppo Enne.
Babetto elabora spille, anelli, collane con parti mobili su cui incide variamente la luce; o ancora l'artista elabora motivi di moduli seriali che aggrega in composizioni armoniche.
Sono gli anni in cui Jesus Raphael Soto realizza il Gran muro panoramico vibrante alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma (1965), Bridget Riley e Victor Vasarely sperimentano le loro ossessioni visuali, Gianni Colombo progetta i propri rilievi monocromi pulsanti e gli "spazi elastici", Getulio Alviani disegna tessuti ottici e gioielli per Germana Marucelli, e Paco Rabanne, ancora in una trasmigrazione di generi, ma non di sostanza creativa, progetta i suoi rivoluzionari vestiti metallici.
Nel campo dei gioielli si prova ad esempio anche Maurizio Mochetti che disegna collane in pezzi di acciaio smontabile o dotate di dispositivi sensibili alla luce, in grado di trasformare la luce stessa in suono.
Nel 1966 il Jewish Museum di New York consacra l'Arte Minimale con la mostra Primary Structures, dispiegando il suo repertorio di nuda geometria, spesso monumentale. Il corso degli anni Settanta conduce anche Babetto verso una declinazione minimale delle sue ricerche visuali, realizzando parallelepipedi pieni e vuoti, prismi, strutture circolari e concentriche in forma di spille, anelli, bracciali in oro giallo, in oro bianco, qualche volta con l'inserimento di ebano.
I puri moduli in ottone, acciaio e alluminio di Donald Judd si rispecchiano nell'oro di queste opere, le cui evoluzioni geometriche ricordano anche le strutture metalliche di Robert Morris o, in modo ancora più preciso, le progressioni scalari e seriali di Sol LeWitt. La tensione ideativa che sottende tutte le opere di Babetto diviene intensa, e più volte è stata sottolineata la sua naturale predisposizione alla regola matematica e alla costruzione modulare per l'oggettiva familiarità con le opere di Palladio, nelle visioni quotidiane del paesaggio veneto.
Il motivo personale torna nuovamente ad arricchire e rendere più complessa l'analisi delle opere di solo apparente semplicità realizzate dall'artista. Motivo personale che conduce poi elementi biografici di cui tenere conto, come il viaggio in Marocco - tra 1970 e '71, ossia in pieno periodo di ricerca strutturale e ottica - dove l'artista è colpito dai profili delle antiche mura imperiali, e ancora, nel 1983, il viaggio a New York, dove la visita a una mostra di lacche giapponesi presso il Metropolitan Museum, produce la serie di elaborazioni in oro e resine colorate (rosse, nere, bianche) per collari, spille, anelli.
Resine che rivestono forme non più primarie o minimali: si tratta piuttosto ora di una geometria sensibile, in cui lo studio ottico-percettivo degli anni precedenti produce slittamenti delle superfici, proiezioni inconsuete di piani e volumi, porzioni mancanti. Le spille a bacchetta propongono parallelepipedi anomali, schiacciati o deviati in curve improvvise, gli anelli dalla forma circolare sono privati di spicchi con angoli acuti o stondati, mentre altri, a sezione quadrata, proiettano cubi di sbieco verso l'alto che, se indossati, aderiscono perfettamente al dito, fornendo l'illusione percettiva di visioni doppie.
Tra 1989 e '90 si pone una peculiare stagione figurativa con lo studio degli affreschi di Pontormo, riproposto in segmenti o frammenti. Uno studio, evidentemente anche sul colore, che conduce riflessioni sulle superfici a niello, a volte scabre, a volte lisce, per portare anche all'uso di pigmenti puri, azzurri o rossi, spesso annidati all'interno delle cavità degli anelli o degli elementi modulari delle collane.
L'azzurro puro e leggermente granuloso che Babetto usa in questo periodo è stato più volte ricondotto alle profondità seriche di Anish Kapoor e all'International Klein Blue e mi pare che proprio attraverso Yves Klein si possa ipotizzare una derivazione da Giotto che lo stesso artista francese indicava come mentore e precursore: "Il blu dei cieli di Giotto", era secondo Klein espressione dell'intenzione "pur sempre molto monocroma" del maestro dei primitivi. E proprio i cieli azzurri uniti e senza nuvole, costellati dall'oro delle stelle o dai manti dei santi di Giotto potevano appartenere al lessico familiare di Babetto per la conoscenza della padovana Cappella degli Scrovegni. (segue >>)
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