La superficie graffiata nella sua non specularità rifiuta la lucentezza e la lucidità per definirsi come superficie dipinta, in quanto segnata dall'azione dell'artefice.
Nel 1989 Babetto ritorna alla pittura, guarda a Pontormo e alla valenza delle figurazioni manieriste. In particolare lo interessano le torsioni dei corpi, l'irrompere del gesto sospeso, il dettaglio dei volumi muscolari, la raffinatezza dei contorni e l'estetismo dei paesaggi e delle architetture. In un percorso riduttivo e progettuale, simile inserto iconico può apparire sorprendente, tuttavia si può intendere quale ponte dalla mentalità fredda e matematica ad un fare più sensuale e irrazionale, in cui domini l'interesse per la soggettività e l'invenzione, la situazione sospesa e aperta, la lacerazione formale e la valicazione del limite cromatico.
Dal 1990, l'asimmetria e le mediazioni sul disordine che scaturisce dallo scontro di forze o di volumi contrastanti porta ad incroci in cui un motivo transita nell'altro; l'ellisse trapassa un cilindro, un parallelepipedo si incastra in un cubo, e diversi cubi affondano in una corona circolare. L'interesse è verso la tensione che nasce dalla sovrabbondanza delle forme che, seppur austere ed elementari, si compiacciono di sorprendere. La voluttà dell'oro subisce la provocazione di una trasgressione formale che mette in tensione le figure naturali, ma astratte, dedotte dal dato corporale, dito o polso, con la rigidità della geometria dei volumi. Questo gioco di incastri ed incesti porta alla contaminazione. L'omogeneità matematica delle superfici e delle figure, e la monocromia delle materie e dei colori, entrano definitivamente in crisi. Le composizioni e le articolazioni del gioiello esplodono, vengono straziate e sezionate, penetrate e aperte, così da rovesciarle definitivamente all'esterno.
Travalicando i suoi schemi usuali Babetto trasforma il gioiello in una forma in fieri, dove la superficie si inarca, dà fiato alla sua leggerezza rispetto al peso ottico della materia ricoperta di resina scura. Al tempo stesso l'epidermide dell'oggetto si sottopone a riflessi magmatici e freddi, si definisce quale crosta lavica e terrestre in contrasto alla lucentezza tagliente e aggressiva di un tutto liscio ed unito della forma geometrica.
A partire dal 1992 il dentro che si sottrae al peso concreto del gioiello si ricopre di una secrezione monocromatica blu, che istituisce una relazione "irritante" di autentico corpo estraneo all'oro. L'oggetto aureo viene sottoposto a una sospensione e a una messa in tensione dei propri limiti. Le superfici si ispessiscono e la pressione cromatica pesa visivamente, perché il suo flusso arriva a creare l'immagine. A volte il blu si struttura in una forma geometrica e occupa i bordi, altre sublima l'intera anima geometrica del gioiello, se ne impossessa con una colata di colore puro. Altrove la gamma delle ipotesi cromatiche prende l'aspetto di un'architettura, con pareti e colonne, come se il gioiello dovesse diventare un mosaico di insiemi, una combinazione di più parti o blocchi ambientali.
Tale nozione di spaccato architettonico definisce un sovrappiù di energia e di dinamismo che non è più riconducibile all'armonia rappresentata dal sistema riduttivo e minimalista. Il rinvio al taglio non si arresta a un limite definito, ma dal 1994 spinge le superfici e i colori a un continuo spostamento, che costruisce e dissemina. Si mettono a nudo le divergenze di impatto tra pigmento e oro, cosicché il linguaggio del gioiello si faccia disarticolato, esca dall'universo della forma raffinata e sottilmente evocatrice di uno statuto superiore per imporsi come cultura empirico-funzionale dei materiali. Babetto ritorna a Tatlin e propone una fattura oggettuale, fondata sui collage di materie e forme, levigate e grezze.
Tale processo d'assemblaggio primitivo e provocatorio coincide con l'affiancamento, alla pacatezza e alla serenità del blu, del pigmento rosso, che con la sua fiamma interiore fa deflagrare ulteriormente le composizioni.
Nascono allora rilievi che per le loro piegature e le loro sequenze, tranciate o ondulate, si aprono a potenzialità espressive e morfologiche offerte dai materiali - oro, niello, pigmento, perla, corallo - quanto si avviano verso una non-rappresentatività che si inserisce nella scala intermedia tra oggetto e ambiente. La confusione dei codici percettivi istituisce delle catene di immagini che sembrano disfarsi di tutti i contorni. L'oggetto si fa architettura e l'architettura si fa gioiello. Babetto arriva ad arrischiare una forma di confusione e un tracciato caotico, ma il suo procedere è finalizzato a una nuova germinazione. Quella di un effetto di instabilità per cui ogni gioiello si apre a una serie intercambiabile di proprietà quanto ad una serie infinita di possibilità di travestimento, di spostamento e di simulazione, una maschera in perpetuum mobile: la metamorfosi continua.
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